Frida Giurovich / 7 – 20 febbraio

1 Rose e Fiori COP

Frida Giurovich, Rose e Fiori (olio su tela 50×70 cm)

INAUGURAZIONE SABATO 7 FEBBRAIO ALLE ORE 18.

Fiori e paesaggi di Gabriella Giurovich
Frida Giurovich vive ed opera a Trieste; ha cominciato a dipingere poco più che ventenne fiori e paesaggi, che sono tuttora i suoi soggetti preferiti per i quadri ad olio e le incisioni , di cui predilige le acqueforti con interventi di acquatinta, tecniche che ha appreso frequentando il laboratoriodi incisione del maestro  Franco Vecchiet.
I fiori di Frida hanno  colori accesi e brillanti e sono dipinti come se fossero stati appena raccolti: si librano spesso  in  limpide atmosfere e, guardandoli, sembra di sentirne il profumo.
Anche i paesaggi delle incisioni sono rassicuranti ed ispirano serenità. Forse è proprio questo il messaggio inconscio che Frida vuole dare: una contemplazione rispettosa della natura e dei suoi molteplici colori.

5 Cardi montani 40x35

Frida Giurovich, Cardi montani (olio su tela, 40×35 cm)

6 Fiori di campo 40x30

Frida Giurovich, Fiori di campo (olio du tela, 40×30 cm)

8 Palude acquaf-acquatinta OK  13x18

Frida Giurovich, Palude (acquaforte, acquatinta,13×18 cm)

 

Graziella Ranieri
24 gennaio – 6 febbraio

INAUGURAZIONE SABATO 24 GENNAIO ORE 18.

ENERGIA PULITA (2)

Graziella Ranieri – Energia pulita

La Pittoscultura di Ranieri
C’è una profonda e interiore volontà di sperimentare i materiali più vari nel lavoro di Ranieri, un acuto senso di appartenenza alla materia legno e al metallo.
L’autrice coglie frammenti metallici e li colloca nello spazio ligneo distribuendoli in quel territorio che più che valenza materica rappresenta spazio di pensiero.
Suggeriamo di scoprire innanzitutto, per questa artista, l’urgenza di recupero dei materiali: legno e ferro, metalli, frammenti di oggettualità, tutto quello che può essere gettato può essere recuperato.
La nostra civiltà è sprecona, sembra sottolineare l’autrice, la nostra cultura è quella che getta, che butta, che mette da parte senza curare, senza dare importanza, la civiltà di accantonare per distruggere.
Eppure sottolinea Ranieri, è opportuno anche conservare, tenere, raccogliere, riutilizzare. La nostra cultura dovrebbe riconsiderare il riutilizzo, una formula esistenziale che consenta il recupero, il senso del riproporre forme e sostanza nuove, anche se hanno fatto parte di altri contesti per i quali oggi l’utilizzo è diventato improponibile o impossibile.
Così come non è legittimo gettare ogni cosa, ma di contro da ogni cosa ricavare nuova occasione di recupero, sottolineature, rimandi, è altresì necessario riappropriarsi di pensieri, sentimenti, richiami che appartengono al passato della memoria individuale e collettiva.
E’ la memoria individuale ciò che maggiormente stimola  Graziella Ranieri.
Il ritorno all’infanzia, ai ricordi di vita, alle riflessioni che riportano alle tante esperienze umane.
E allora ecco acquisire vestimento questa oggettualità che non è più disordinata occasione di materia, ma lucida ricostruzione di esistenza, carica simbolica inconfessabile. Quest’ultima espressione rimane fondante l’esperienza creativa dell’autrice, c’è nel suo lavoro un quid segreto, un sottile e intimo comunicare per segni e colori, per materia, cuoio, legno, metallo, ma in  misura intima e personalissima, quasi nascosta.
Una creatività che è pudore, che è riservatezza, ma allo stesso tempo vigorosa volontà di partecipare ad un processo creativo con un entusiasmo  che va al di là di ogni valenza programmatica, intuizione, fuga in avanti alla scoperta di come si accosta materia a materia, emozione ad emozione.
Credo che la creatività di Graziella Ranieri sia un processo molto privato.
Perché la creatività è una forza che sradica, ma anche un soffuso sentire e un timido comunicare.
Un’ulteriore considerazione, questa oggettualità di confine tra il pensiero della scultura e quello della pittura presuppone una materialità che rivendica quasi il piacere di essere toccata, sfiorata, ascoltata.
Il piacere di sfiorare la materia che usa è una soglia di ascolto, sentire la mano a contatto con cuoio o ferro o legno, è uno dei piaceri che l’artista vuole  comunicare  e vuole condividere con chi si avvicina alla sua opera d’arte. Ed ecco che la creazione  diventa allora una specie di comunione intellettuale.
Prof. Vito Sutto, Critico d’arte

come esuli pensieri

Graziella Ranieri – Come esuli pensieri

Livio Crovatto
27 dicembre – 23 gennaio

INAUGURAZIONE SABATO 27 DICEMBRE ALLE ORE 18
SABATO 10 GENNAIO ALLE ORE 18 INCONTRO CON L’ARTISTA E PRESENTAZIONE DEL VOLUME “RIVE DI TRIESTE”.
La mostra resterà chiusa dal 4 al 9 gennaio 2015.

Donna che legge

Donna che legge

Rive di Trieste. Tra natura e cultura di Walter Chiereghin
Nel 2013 Livio Crovatto ha prodotto un libro fotografico sulla Laguna di Venezia, evitando le insidie dell’ovvietà insite nel soggetto, probabilmente tra i più fotografati al mondo.
In occasione di questa mostra gioca in casa, esplorando con la fotocamera l’area delle Rive, il punto nevralgico dell’incontro tra la città e il suo mare, la linea di confine tra l’elemento liquido e la solidità della terraferma, dove si incontrano le geometrie composte delle architetture e l’aperta visione di cielo e mare, cangiante continuamente a seconda dell’ora, del tempo atmosferico, del vento e della marea, in impercettibili o subitanei vistosi movimenti della luce e delle masse d’acqua. È il posto più prettamente triestino, quello di un’eterna dialettica elemento naturale e artificio edilizio, tra natura e cultura, così ricorrente nella nostra letteratura e nella nostra poesia, da Slataper a Saba a Pahor, come pure nella pittura, da Flumiani a Wostry a Spacal a Švara, come, ancora, nella memoria e nella quotidianità di quanti a Trieste abitano.

Le Alpi sul Molo

Le Alpi sul Molo

L’obiettivo esercitato di Crovatto compie anche in questo domestico sguardo gettato intorno a lui stesso una selezione di immagini proponendone alcune di forte impatto visivo ed emotivo, sia nel caso in cui esse rappresentano dettagli inanimati del paesaggio che si può cogliere passeggiando nelle poche centinaia di metri presi in considerazione dalla sua indagine (suppergiù l’area prospiciente Piazza dell’Unità, il Molo Audace e il Canale), sia che tale paesaggio si animi e si complichi per la presenza di figure umane, spesso irriconoscibili per i loro lineamenti perché colte di spalle o in controluce dall’obiettivo, che le riduce così a siluette che, seppure prive di identità, o forse proprio a cagione di ciò, risultano tuttavia portatrici di una palpitante umanità.
Una raffinata eleganza compositiva narra di una cultura della visione che si esprime nella sottolineatura di rigidità geometriche, com’è nel caso di un’immagine del sole al tramonto o in quella di vele che si rincorrono sulle onde in un’inopinata tripartizione dello spazio fatta di grandi campiture che disegnano un rettangolo, un trapezio e un triangolo, o ancora nelle grandi bandiere che garriscono orizzontali sui pili di Piazza Unità in una giornata di vento impetuoso. In tali esercizi di equilibrio formale si perviene a volte a una rappresentazione quasi astratta, per l’angolatura particolare di un’inquadratura o sfruttando il gioco di riflessioni che rende ondulate le geometrie di Palazzo Gopcevich nel loro riflettersi nelle acque del Canale davanti alla sua facciata.
A tale eleganza formale, particolarmente nelle immagini che includono soggetti animati, si associa una sofferta partecipazione emotiva, sia quando l’obiettivo narra di labbra protese in un bacio o nei giochi affettuosi di due amanti accoccolati davanti al mare, sia quando racconta dell’atavico legame biunivoco tra un uomo e il suo cane, colti anch’essi alla luce di un infiammato tramonto.
Nell’insieme, immagini di grande valenza estetica ed emotiva, che esprimono con calorosa partecipazione umana un concetto spesso abusato dalla retorica, quello di patria, del luogo cioè dove siamo nati e dove abbiamo imparato a camminare, a parlare, a leggere e scrivere, a confrontarci con gli altri e a sapersi parte di un più grande insieme, che si compone e scompone sotto lo stesso cielo e davanti al medesimo mare.

Sole e barca

Sole e barca