Annamaria Ducaton / 16 – 29 gennaio 2010


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Ironikamente
di DANIELA MUGITTU

INAUGURAZIONE SABATO 16 GENNAIO ALLE ORE 18

“Sono arrivati dei sogni, risalendo il fiume. Ci fermiamo a parlare con loro che sanno tante cose, tranne da dove vengono.”
Franz Kafka

Il lavoro sulla tela di Annamaria Ducaton può essere definito un atto maieutico perché segna l’inizio della ricerca di un soggetto inedito, di un ciclo originale, di una sperimentazione inattesa. Artista onirica ed enigmatica si abbandona al medium pittorico assecondando quello scatto intuitivo che la conduce ad intraprendere percorsi dalla piega talora inaspettata, affrancandosi dall’impasse naturalista in quanto, diventando via via più fluida, risponde ad un’esigenza quasi automatica che rispecchia la sua parte più nascosta, più profondamente autentica.
I suoi dipinti assomigliano a dei rebus, a dei patchwork sognanti che riescono a catturare l’atmosfera della nostra epoca.
Si rivela in essi un sentimento di arguta rivisitazione e di aderenza all’attualità che contamina l’arte… e, forse, non si tratta solo di ironia. Conoscere la sua pittura significa entrare in un esclusivo mondo fatto di colori, profumi, musica, comprensione rapida di ciò che ci circonda, impulsi, amore per l’arte in tutte le sue manifestazioni, anzi è possibile dire che la Parola si invera nella Pittura dal momento che scava all’interno della cultura mitteleuropea e della tradizione ebraica le forme del presente. È un’artista a tutto tondo attenta nel coniugare “mestiere” e società, citazioni letterarie, poetiche ed esperienze personali. A discapito del suo essere estroversa ogni qualvolta si appresta ad affrontare un nuovo tema si raccoglie in un grande silenzio per poi dare origine ad un’operazione coraggiosa ed ostinata.
Cattura quindi il colore e la luce per distillarli attraverso un’amplificazione che costruisce le immagini, con un preciso scopo quello di liberarci dalle trappole della percezione. L’uso della semplice sabbia, della finissima terra o della polvere vulcanica con le loro variegate gradazioni cromatiche provenienti dai vari continenti – non temendo metaforicamente né l’acqua né il vento – rende materica la superficie dei quadri. È un procedimento tecnico che ben si adatta ad esprimere la precarietà della vita, del suo essere transitoria e tuttavia legata a schemi sociali, così come Kafka ha immaginato la condizione dell’escluso, di colui che vive al di fuori delle convenzioni, in definitiva ha creato una circostanza assurda, la trasformazione di un giovane uomo, Gregor Samsa, in un insetto rifiutato da tutti per suggerire la disumanità della condizione umana. È forse possibile uscire dalla bestiale umana quotidianità? Ecco dunque i tre emblematici ritratti Gregorio sul tappeto rosso, Gregorio in posa, Gregorio e la luna verde: prendiamo coscienza della nostra identità solo quando ci confrontiamo col diverso.
L’attività di Annamaria Ducaton è organizzata attorno ad un microcosmo pulsante in cui i segni si muovono tra colore e forma, pieno e vuoto, presenza e assenza. Ne deriva una reazione tra elementi compositivi dell’opera, ossia un’energia sprigionata fra i materiali e lo spazio che li accoglie. L’indagine è circoscritta a tali flussi di materia colorata che scorrono liberi sull’intera area della tela. Ad un primo impatto le sue opere sembrano la messa in scena di un dramma esistenziale, personale o collettivo. L’impressione è dovuta alla tensione emotiva generata da forti tinte predominanti quali il rosso, l’oro, il blu spesso presenti nella sua tavolozza, non meno del conflitto tra fondo e figura. Quest’ultima infatti, vera e propria forma, vive l’inquietante dinamismo d’essere al tempo stesso parte del piano del quadro e dello spazio illusorio, la descrizione dell’incontro formale tra superficie e terza dimensione.
Nel suo racconto prevale un’intonazione ironica, il gusto per una visione ipertrofica della realtà. Ogni quadro è il fermo immagine di un’azione colta nella sua massima intensità espressiva pervasa da un’idea teatrale della rappresentazione.
Le figure maschili o femminili, spesso stilizzate, sono congelate nel tempo e nello spazio imprigionate in una narrazione irreale… surreale. Nonostante la gamma cromatica sia brillante e vivace, l’atmosfera è carica di eccitazione come se i personaggi fossero in attesa di un’imminente calamità o, di contro, di un pieno appagamento.
Ogni forma è sempre forma simbolica e anche il colore è una forma, anzi fa parte della forma. Siffatta produzione pittorica ha a che fare con la donna Annamaria Ducaton, che vi porta dentro tutta la sua essenza, la sua musica, la sua filosofia e riesce a mettere ordine nella “lateralità” del pensiero, perché alla fin fine i suoi quadri sono profondamente armonici, cioè possiedono la coerenza della profondità, sono euritmici, vestono la struttura dell’argomentazione persuasiva. A prima vista sono belli ma non di una bellezza banale o stereotipata, sono belli perché in realtà sono veri, vale a dire veri naturalmente della verità dell’arte, con infinite fonti, di cui forse una rimane più sottolineata: l’ascendenza klimtiana per il preziosismo bizantino nell’uso dell’oro in contrapposizione con l’opacità di tanta arte attuale, virtuale ed effimera.
Diventa allora quanto mai vero l’aforisma di Fëdor Dostoevskij “La bellezza salverà il mondo”, bellezza intesa come educazione delle coscienze.

BIOGRAFIA Annamaria Ducaton nasce a Trieste respirando da subito l’atmosfera artistica della famiglia. Da bambina inizia lo studio del pianoforte e dopo cinque anni lo abbandona per dedicarsi alla pittura.
Ha all’attivo un’ottantina di mostre personali a Trieste, Duino, Lignano, Udine, Gorizia, Maniago, Brunico, Dobbiaco, Steinhaus, S. Bonifacio di Verona, Trento, Roma, Torino, Milano, Isola d’Istria, Lubiana, Dobrovo, Salisburgo, Graz, Helsinki, Basilea, Terezin (Rep. Ceca), Venezuela, California L.A. Ha partecipato a oltre un centinaio di esposizioni collettive in Italia e all’estero.
Lavora sviluppando vari temi permettendole così di approfondire gli argomenti dettagliatamente, ricavandone un importante apporto culturale a livello non solo personale. La musica e la letteratura camminano sempre assieme al suo lavoro pittorico. Tra i principali cicli ricordiamo: Venezuela Femmina, Fiabe di Luna, La Donna del Mare, Sortilegi e Incantesimi, Atomo e Creazione, Kalevala, Prokofiev, Il Cantico delle Creature, Meriadiani dell’Immaginario, Sogno, Sensualità Tropicali, Anna Frank, Mahler, Cuore, Kafka. Collabora con la rivista Trieste Artecultura per la Hammerle Editori.
Ha pubblicato: 1977 Proiezione di un’infanzia, TST Trieste; 1979 All’ombra del mango, La Laguna; 2001 Ciclo pittorico su Anna Frank, Edicolors; 2002 Amiche mie carissime, Hammerle Ed.; 2008 113 Gradini verso la felicità, Franco Rosso Ed.; 2009 Effulgurazioni, Franco Rosso Ed.

Casarsa / 2 – 15 gennaio 2010



La neve
di ELISABETTA JURCEV

INAUGURAZIONE SABATO 2 GENNAIO ALLE ORE 18

Redy Casarsa emigrò in Belgio nel 1961. E proprio il Belgio, sua patria adottiva per ben trent’anni, è il vero protagonista di questa mostra.
Sono opere che parlano di colline addormentate nel freddo ed innevato inverno del nord, di piccoli villaggi immersi in fatate nebbioline violette (…)
La pittura di Casarsa è una pittura forte, decisa, fatta di campiture ampie e cromaticamente abbacinanti, capace di essere al tempo stesso sicura ma anche delicatissima, in grado di trasformare – come solo la magica di neve di Cecchi sapeva fare – una natura violenta ma bellissima in una rappresentazione visionaria e sfolgorante (…), che da in fondo la misura della bravura di questo autore, artista autentico, sia nelle fredde distese del nord che come nelle calde terre del continente più antico. (da Trieste Arte e Cultura)


BIOGRAFIA Redy Casarsa è nato a Branco di Tavagnacco (Udine) nel 1942. Ha frequentato la scuola d’arte “Giovanni da Udine” guidato dai maestri Emilio Caucigh e Dino Basaldella. Dopo aver vinto un concorso per grafica per l’industria belga, è emigrato in questo paese nel 1961. Nel 1991 è rientrato in patria. Ha tenuto 93 mostre personali ed è stato invitato a centinaia di collettive ottenendo numerosi premi.

Fulvio Dot / 5 – 18 dicembre 2009



Landascape from Google Earth
Tecnologia e tradizione pittorica
di FABIO FAVRETTO

INAUGURAZIONE SABATO 5 DICEMBRE ALLE ORE 18

Perché non spostarsi, una volta tanto, dalla parte dell’osservatore e chiedersi quale sia il segreto motivo perché ogni opera di Dot riesce così tanto a coinvolgere ed affascinare? Ormai è assodato che tale emozione non ha più solo riferimento nell’armonia del bello, nella accattivante combinazione dei colori, nella fantastica non dimensionalità del rappresentato e, neanche, nella affascinante ambiguità di una realtà impossibile per quel costante inganno percettivo e gestaltico che l’artista governa a suo piacimento. La più recente produzione di Fulvio Dot supera tutto questo, come se il procedimento logico che aveva guidato l’artista nel suo lungo percorso, si stesse allontanando dopo aver profondamente calcato di sé l’anima creativa. La sperimentazione di materiali, la ricerca di strutturazioni in ogni singola opera con costante entusiasmo e volontà innovativa sono stati momenti costruttivi sviluppatisi in maniere diverse nel tempo: un processo di crescente complessità che è diventato ricerca stessa del limite. Si veda, ad esempio, il periodo attuale caratterizzato dal riuscito tentativo di dare matericità alla carta e fare di questo supporto un alter complementare alla tela, se non passaggio propedeutico alla stessa. Ma, ormai, Dot ha talmente interiorizzato i suoi soggetti, le varianti descrittive, le funzioni cromatiche e semiotiche di quanto forma una sua opera, da potersi portare verso linguaggi innovativi molto raffinati e quasi violentemente descrittivi di uno stato d’animo collettivo che si riconosce nell’oppressione nera del catrame, nel rosso colante, nelle bronzee concrezioni terrestri di un pianeta sconvolto, dilacerato, svuotato dalla poesia retorica della realtà, rimesso alla sua totale selvaggia natura. Dot vola, e forse questo è quanto affascina l’osservatore: l’essere rapito in una sorta di biga alata platoniana per contemplare ragione ed irrazionalità, uscendo dal contatto con l’immanenza, assaporando la trascendenza. Così le forte tensioni che soggetto e colori trasferiscono alla vista, poi, si stemperano. È come si fosse data a Dot una delega, richiedendogli di farci da auriga per condurci alle rarefatte arie di una arte che sempre più si connota come linguaggio universale descrittivo delle nostre inquietudini contemporanee e del superamento dell’accettazione incondizionata della realtà o, perlomeno, di una sua interpretazione limitata alla sola ottica umana. Il codice iconico di Fulvio Dot è rappresentazione delle non certezze del nostro tempo, delle dissoluzioni dei riferimenti, di una inquietante carenza di sicurezze ed ipotesi garantite per il futuro che non solo il corso degli eventi, ma gli estremi stessi di una scienza costantemente diveniente ci consegnano

BIOGRAFIA Fulvio Dot è nato a Monfalcone (Go) il 20 dicembre 1956. Ha conseguito il diploma di maestro d’arte in decorazione pittorica presso l’istituto statale d’Arte ”Max Fabiani” di Gorizia. Ha completato il corso di laurea in architettura presso l’Istituto Universitario di Architettura di Venezia. Inizia ad esporre nel 1976, riscuotendo immediatamente numerosi consensi dalla critica specialistica e dal pubblico. Numerosi ed importanti sono i premi ed i riconoscimenti ottenuti nella sua ormai ultraventennale esperienza. Sue opere si trovano in permanenza presso enti pubblici e collezioni private, sia in Italia che all’estero. La sua tecnica parte da un inizio grafico molto accurato, elegante e realistico per evolversi in tele solo all’apparenza figurative, polimateriche, frutto di continue sue personali ricerche, dove il reale è solo lo spunto per sue interpretazioni, mai banali, dove a dominare è l’equilibrio di forme e tinte ottimamente equilibrate che si fondono integralmente con l’inserimento di malte, sabbie, cartoni e garze, fino a raggiungere tratti informali, perfettamente amalgamati al reale. Negli ultimi anni ha esposto in mostre personali a Verona, Genova, Parma, Milano, Bolzano ed Avellino ed è stato presente alle fiere d’Arte di Reggio Emilia, Bologna e Padova.
Per un’azienda di Verona ha creato una linea di design per complementi d’arredo che comprendono vasi, tappeti, specchiere, portafoto ed altro denominata ”Easy by Fulvio Dot” e presentata alle fiere specialistiche di Francoforte, Valencia, Parigi e Milano.