Atelier Možina / 3 – 16 luglio


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Atelier Možina / Mostra degli allievi
di MARIANNA ACCERBONI

INAUGURAZIONE SABATO
3 LUGLIO ALLE ORE 18

In assenza di un accademia di belle arti istituzionalizzata, gli artisti o gli aspiranti tali di Trieste studiano pittura e altre discipline affini accanto a pittori professionisti di livello. Tra questi, Livio Možina, autore iperrealista, presente dalla fine degli anni sessanta sulla scena espositiva locale, nazionale ed estera, persegue l’attività didattica, svolgendola alla Galleria Rettori Tribbio nei giorni in cui questa è chiusa al pubblico. Così, circondati dalle tele degli artisti espositori, il maestro trasfonde la difficile strada dell’arte ad allievi di tutte le età, la maggior parte dei quali neofiti. “Nel corso delle mie lezioni – afferma Možina – cerco di far emergere la personalità di ogni discepolo e di raffinarla prima attraverso il disegno, poi mediante la pratica pittorica”. Modelli da imitare, a lezione, sono i dipinti di artisti noti, come per esempio lo statunitense Ton Browning, il canadese di origine belga Carel Brenders e il fotografo italiano Gianfranco Bini, facilmente interpretabili attraverso l’uso di un appropriato reticolo.
Ed ecco, a conclusione dell’anno accademico 2009/ 2010 – condotto da Možina con il consueto scrupolo, lo stesso che compare anche nella tecnica e nei modi delle proprie opere – la mostra finale con i risultati acquisiti dagli allievi. Che sono 34, presenti con un’opera o due ciascuno, quasi tutte realizzate a olio. E, per essere in gran parte neofiti, niente male! Dorina Deste partecipa con una luminosa visione di gusto intimistico, Giovanni Bon con un notevole ritratto d’inclinazione iperrealista, così come Bruno Stiglich, che si esprime con slancio verista, mentre Ida Marottoli delinea dei lupi all’erta in un dipinto morbido e ricco di profondità. La pittrice panamense Otilia Saldana compone un delicato ritratto infantile, che fa da pendant al nudino gentile della giovanissima Alice Bellettini. Antonio Di Gregoli in forma ancora embrionale, Tullio Antonini, Teresa Potocco e Damjana Žagar con tratto più maturo, raccontano i segreti del bosco, che viene rivisitato con la neve e con molta sensibilità alla luce da Giuseppina Depase, Claudio Iurin e Mitja Zonta. Il tema della natura e della presenza umana è affrontato con grazia da Valentina Butelli, Lilia Debiasi, Gabriella Di Pietro e dall’inglese Yvonne Rowden, quello carsico, con competenza, da Paolo Bonifacio, Marino Carli, Laura Pescatori e, in senso più lato, da Majda Pertotti e Selma Kralj. Il mare è il soggetto prediletto di Adriana Belle, Daniela Corso, Alessandro Ferronato ed, espresso con taglio squisitamente espressionista, da Valdea Ravalico: Il corpo umano è proposto con sensibilità contemporanea da Cristian Fermo, la natura morta con proprietà da Fulvio Caiulo, Chiara Giacometti, Bruna Naldi, Serena Vivoda, mentre Dilva Musizza e Roberto Stalio testimoniano con abilità la presenza animale e la giovanissima Anna Schnabl compone un inno surreale agli intramontabili Beatles.

Raffau / 19 giugno – 2 luglio 2010

Il magmatismo cromatico
di MATTEO GARDONIO

INAUGURAZIONE SABATO 19 GIUGNO ALLE ORE 18

La Polonia, forse non tutti lo sanno, possiede una salda tradizione pittorica che ha toccato il suo apice tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento, quando i pittori polacchi si stabilirono a Parigi immergendosi nel simbolismo e nel post-impressionismo con grande forza e personalità mentre i nostri italiani rimanevano invischiati in quello ”spicinio mentale da garibaldini in congedo illimitato”, per dirla con le geniali parole di Roberto Longhi. Emigranti quasi vagabondi, dunque, e capaci di cogliere gli elementi migliori con quella particolare dose di malinconia sempre riscontrabile nelle loro opere artistiche (in fondo è anche la patria di Chopin, ”il pianista dei pianisti”). Sono caratteristiche ben visibili anche in questo giovane pittore dalla tecnica sicura ma stemperata da un grande gusto cromatico, che lo ha portato ad esporre a Trieste. Le tele, o meglio le tavole di faesite sulle quali lavora, vengono firmate Raffau; un divertente storpiamento all’italiana di Rafal Paczesniak. La Galleria Rettori Tribbio ha avuto la brillante idea di accogliere nella sua sede, le opere di Rafal, per lo più nudi e nature morte, facendo conoscere questo bravo polacco uscito dall’Accademia di Belle Arti di Cracovia nel 1999 e finito in Italia (Napoli e Roma) attraverso delle borse di studio da parte del governo italiano. Se nella penisola egli deve ancora crearsi quella fortuna che tutti i giovani artisti sperano, all’estero è già conosciuto per aver preso parte a mostre personali e collettive. Le opere che egli presenta a Trieste sono notevoli per diversi aspetti e condensano molte esperienze visive caratterizzate da questo naturale magmatismo cromatico, sempre rischioso per molti, ma di grande gusto nelle sue opere. … Le tavole sono accese coscienziosamente e l’occhio di chi osserva respira nel turbillon cromatico disteso con rapidi tocchi ma amalgamato nei singoli pigmenti. Quando la trattazione è meno controllata, più istintiva, si intravvede un’astrazione gioiosa, che si riscontra nei suggestivi frammenti di nudi femminili. … Un artista, che di propria indole, nel genere del nudo è spinto verso un Gauguin meno pacato, piuttosto che certa pittura cupa di toni, da seicento caravaggesco, oggi così di gran moda. … Vorremmo sempre cose del genere. Alla faccia di chi pensa che la pittura, quella figurativa che tende allo sfaldamento della forma e al magmatismo cromatico, è morta.

Luis Sammer / 5 – 18 giugno 2010



La potenza del colore
di VON HARTWIG BISCHOF

INAUGURAZIONE SABATO 5 GIUGNO ALLE ORE 18

Questo motto è valido a partire dal XIX secolo, da quando Eugéne Delacroix definì con Dominique Ingres la disputa tra linea e colore. Nel contempo Honoré de Balzac, nel suo racconto di un capolavoro sconosciuto, portò la linea ad absurdum. Gli impressionisti, in seguito, sognavano delle nuvole colorate, mentre gli espressionisti raccontavano, con l’estrema durezza del colore, la vita pesante. Espressionisti astratti, nuovi realisti e come desideravano definirsi tutti loro, creavano, con i loro quadri parzialmente monocromatici, nuovi mondi di colore, habitat per l’umanità. Già Paul Cézanne aveva con la sua pittura come rèalisation (realizzazione), lasciato l’immagine e, teologicamente parlando, continuato il lavoro di creazione.
Luis Sammer è a conoscenza di questa storia della pittura, ma non l’ha appresa come grigia teoria, lui questa storia l’ha metabolizzata ed ha compreso la potenza dei colori per realizzare il suo modo di dipingere. Egli proviene dall’Austria, ma dalla parte delle Alpi che le malelingue chiamano il ”Nord dei Balcani”.
Questo fatto fa pensare che, all’epoca, il sole nella sua spartana fragile bellezza di esplosione di colori, era motivo di nostalgia e di desiderio. Il modus vivendi delle culture mediterranee, alimentato da spirito greco e spiritualità cristiana, sta guidando il pennello di Luis Sammer, che collega la serenità del giocatore di bocce all’ombra, con la tenacia delle navi mercantili che solcano gli oceani.
Con ”l’occhio umile e il cuore entusiasta” (Šimet Banov) Luis Sammer si appassiona alla pittura. Elabora dure composizioni, solitamente dei paesaggi, che non sono mai soltanto una dimostrazione di semplice stesura dei colori, ma pretendono rispetto per la natura. Non si tratta soltanto di forme e colori, ma gli stessi rivelano un fondamentale fenomeno epistemologico: la natura è sempre disponibile per noi in modo mutevole e mai in una dimensione fissa, più noi la sfruttiamo più lei si ribella. È da lì che cresce la responsabilità per Luis Sammer, una responsabilità pittorica: affidandosi alla forma non si può mai scivolare nella arbitrarietà. Le sue opere sono realizzazioni nell’ottica di Cézanne, ma non quale realizzazione della propria vita, bensì realizzazione del proprio spazio vitale.

BIOGRAFIA
Luis Sammer è nato nel 1936 a Stainz bei Straden (Stiria). Vive e lavora fra Graz e Stainz bei Straden. Dal 1959 al 1963 ha studiato all’Accademia di arti figurative di Vienna sotto la guida dei professori R.C. Andersen e H. Boeckl. Ha compiuto viaggi di studio in Scandinavia ed in Jugoslavia. Qui si è perfezionato seguendo i corsi del prof. U. Hegedusic di Zagabria. Dal 1964 al 1989, quale professore, ha insegnato al “Bischöflichen Gymnasium” di Graz. La sua attività espositiva è iniziata nel 1961. Da allora è stato invitato alle più importanti collettive dove ha ottenuto premi e riconoscimenti.
Le sue mostre personali lo hanno visto impegnato con successo a Graz, Vienna, Berlino, Roma, Venezia, Bruxelles, Sarajevo, Ravenna, Trieste, Zagabria, Dubrovnik, Monaco, Francoforte ed altre località.
Oltre a pittore e grafico, è autore di grandi vetrate e di rappresentative opere in ceramica per chiese ed altri luoghi pubblici.
Luis Sammer figura in prestigiose raccolte pubbliche e private nel territorio nazionale ed all’estero.
www.sammerluis.at