Lojze Spacal / 13 – 26 marzo 2010

INAUGURAZIONE SABATO 13 MAGGIO ALLE ORE 18

BIOGRAFIA Lojze Spacal, italianizzato in Luigi Spazzal (Trieste, 15 giugno 1907 – Trieste, 6 maggio 2000), è stato un pittore italiano, esponente della comunità slovena in Italia. Nel 1930 viene arrestato con l’accusa di antifascismo e inviato al confino ad Accettura, in Basilicata. Durante gli anni del confino scopre la sua vocazione artistica. Nel 1934 si diploma al liceo artistico di Venezia. Comincia ad esporre le sue prime opere nel 1937.Nel 1942 viene reinviato al confino in Abruzzo e, in seguito, assegnato a un battaglione speciale di lavoro a Forte dei Marmi. Ciononostante, riesce a continuare ad esporre le sue opere tanto che, nel 1944, allestisce la sua prima personale. Nel 1948 partecipa per la prima volta alla biennale veneziana. Nel 1958 vince il Gran premio internazionale “per un disegnatore e incisore” alla Biennale di Venezia,nel 1959 il 2° premio alla Biennale internazionale d’arte grafica di Lubiana. Nel 1974 gli viene conferito il premio Prešeren, massimo riconoscimento artistico sloveno, ed il “San Giusto d’Oro” nel 1977. Nel 1998 gli viene dedicato un museo nel castello di San Daniele del Carso. (Wikipedia)
www.spacal.net

Adriano Fabiani / 13 – 26 febbraio 2010



Equilibri di segno e colore

INAUGURAZIONE SABATO 13 FEBBRAIO ALLE ORE 18

Adriano Fabiani espone dal 1967, praticamente da oltre quarant’anni, a Trieste soprattutto, ma non solo. Non è tuttavia un pittore facile da incontrare nelle gallerie e nelle rassegne di gruppo poiché lavora con discrezione evitando la replicazione dei soggetti più riusciti o richiesti dai collezionisti che pure ormai da tempo guardano con attenzione alla sua originale figurazione, alla compostezza degli equilibri di segno e colore che ne caratterizzano il linguaggio.
Fabiani negli anni giovanili è stato allievo di Giovanni Babuder, uno degli ultimi pittori plein air innamorati del paesaggio e della luce che, dopo gli studi all’Accademia di Bologna, aveva radunato accanto a sé un gruppo di giovani e giovanissimi ai quali seppe trasmettere non solo nozioni tecniche ma, soprattutto, l’amore per la pittura, l’equilibrio tra segno ordinatore e ricerca luministica, l’apertura in direzione del nuovo. Sulla base di un tale linguaggio di modalità postimpressionista andò innestandosi in Fabiani, fin quasi dagli esordi, un impianto spaziale attento alla lezione postcubista che, lungi dallo stravolgere un linguaggio, servì, paradossalmente, ad evidenziarne l’originalità, ad esaltare il gusto. Dal punto di vista tecnico Fabiani opera partendo da uno schema preciso attraverso il quale fissa il soggetto che gli viene suggerito dall’osservazione del vero: una prima stesura, quasi un ordito, fatto di segno marcato, di colore diluito, di scomposizione dei piani e di stilizzazione di elementi. Ma è nella seconda fase che il suo linguaggio, ormai inconfondibile tra gli artisti giuliani, si precisa attraverso un attento uso del colore adoperato corposamente, in impasti dai cromatismi preziosi che accentuano, a seconda delle necessità, morbidi valori tonali o effetti chiaroscurali più marcati. Sono vibrazioni allo stesso tempo di luce e di materia che accentuano i rapporti tra visione d’assieme e particolare, compendiandosi in armonioso dialogo.
Anni fa il critico Sergio Molesi mise in luce l’apparente semplicità del processo pittorico adottato da Fabiani avvertendo come, viceversa, si trattasse di un operare complesso, fortemente ordinato e di alto significato tecnico. Si aggiunga l’attenzione, mai venuta meno negli anni, e semmai sempre più intensa, per le modulazioni luministiche che sono il segno distintivo di questo descrittore poetico di paesaggi in cui si compendiano visione e meditazione. Questa mostra è chiara testimonianza di una maturazione costante, di un procedere convinto a conferma di un’autentica vocazione pittorica difesa con passione e dedizione nel corso del tempo, senza ricorrere a com-promessi che ne avrebbero stravolto l’essenza e vanificato il valore. (Claudio H. Martelli)

In un periodo storico come il nostro, in cui la creatività prende strade non sempre facilmente decrittabili, la pittura identificabile e genuina di Adriano Fabiani assume una funzione rasserenante e in un certo senso “didattica”, insegna cioè che l’equilibrio armonico del comporre i volumi nello spazio e un convincente contrappunto tonale non vanno mai fuori moda, anzi, rasserenano l’animo e la mente.
Così, devo dire, che da quando lo conosco, ho apprezzato la sua pittura fin da quando vidi, nella tipografia che gestiva in via della Fornace, un suo lavoro che rappresentava, con guizzo gestuale d’ispirazione espressionista, declinato con amore, una linotype. Da quell’opera degli anni sessanta, libera ed estrosa per la vivezza e l’immediatezza del tratto – un quadro da cui per altro Fabiani non si staccherebbe mai – la maturazione dell’artista si è articolata verso una direttiva meno libera e ardita, ma ugualmente capace di testimoniarne il talento innato verso una pittura sempre più luminosa, che non avrebbe bisogno di spiegazioni: un ordito ordinato e consequenziale nei confronti della realtà, pervaso dalla luce e dall’amore per la propria terra, Trieste, il mare, il Carso, riletti attraverso angolature e punti vista ariosi e generosi di particolari, a volte assurti a valenza simbolica, elegante e discreta.
Esperto nella grafica e di recente pure nella videoarte, l’artista dimostra in ogni sua opera un gentile e appropriato senso della misura e una perizia tecnica, che si avvale anche di una lieve soglia di matericità per aumentare la rifrazione della luce e la brillantezza dei colori. Figlio del suo tempo, ma anche consapevole interprete della tradizione, Fabiani è altresì un abile disegnatore, dote che gli consente di controllare con grande proprietà e sensibilità la composizione, sostenuta sempre da una griglia a matita o a carboncino a punta fine, declinata su una base di cementite trattata, come nelle opere recentissime. (Marianna Accerboni)

BIOGRAFIA Adriano Fabiani è stato per lungo tempo allievo del pittore Giovanni Babuder, al quale lo legò una profonda amicizia. Da lui apprese i rudimenti di una tecnica efficace e duttile e l’amore per una visione artistica che affonda le sue radici nell’idea impressionista.
Ha tenuto, dal 1967, oltre sessanta mostre personali, inoltre ha esposto in numerose rassegne collettive e di gruppo nazionali e internazionali in diverse città italiane: Udine, Gorizia, Pordenone, Grado, Monfalcone, Modena, Muggia, Milano, Padova, Roma, Trieste; ed all’estero: Slovenia, Croazia, Jugoslavia, Francia, Belgio, Germania, Austria, Svizzera, ottenendo numerosi premi e segnalazioni.
Ha partecipato nell’ambito dell’United Nations of The Arts Academy ai Simposi Internazionali d’Arte a Trieste nel 2002, Brioni (Croazia) nel 2004, Berchtesgaden (Germania) nel 2005, a Limana (Belluno) nell’ambito delle Mostre LimanArte nel centenario dello scrittore ed artista Dino Buzzati nel 2006, e nello stesso anno al Work in progress con artisti internazionali sloveni all’Ostello di Miramare e Mostra presso la Camera di Commercio di Trieste, all’8o Simposio a Muggia nel 2008. Sue opere si trovano, oltre che presso Enti e privati, anche presso la Pinacoteca Permanente dell’United Nations of Arts Academy di Trieste.
Si dedica inoltre all’incisione, alla scenografia, alla grafica pubblicitaria. Videomaker, produce e allestisce cortometraggi ed audiovisivi. Per la Fameia Muiesana attualmente organizza la Mostra degli Artisti Muggesani giunta quest’anno alla 32ª edizione.

Annamaria Ducaton / 16 – 29 gennaio 2010


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Ironikamente
di DANIELA MUGITTU

INAUGURAZIONE SABATO 16 GENNAIO ALLE ORE 18

“Sono arrivati dei sogni, risalendo il fiume. Ci fermiamo a parlare con loro che sanno tante cose, tranne da dove vengono.”
Franz Kafka

Il lavoro sulla tela di Annamaria Ducaton può essere definito un atto maieutico perché segna l’inizio della ricerca di un soggetto inedito, di un ciclo originale, di una sperimentazione inattesa. Artista onirica ed enigmatica si abbandona al medium pittorico assecondando quello scatto intuitivo che la conduce ad intraprendere percorsi dalla piega talora inaspettata, affrancandosi dall’impasse naturalista in quanto, diventando via via più fluida, risponde ad un’esigenza quasi automatica che rispecchia la sua parte più nascosta, più profondamente autentica.
I suoi dipinti assomigliano a dei rebus, a dei patchwork sognanti che riescono a catturare l’atmosfera della nostra epoca.
Si rivela in essi un sentimento di arguta rivisitazione e di aderenza all’attualità che contamina l’arte… e, forse, non si tratta solo di ironia. Conoscere la sua pittura significa entrare in un esclusivo mondo fatto di colori, profumi, musica, comprensione rapida di ciò che ci circonda, impulsi, amore per l’arte in tutte le sue manifestazioni, anzi è possibile dire che la Parola si invera nella Pittura dal momento che scava all’interno della cultura mitteleuropea e della tradizione ebraica le forme del presente. È un’artista a tutto tondo attenta nel coniugare “mestiere” e società, citazioni letterarie, poetiche ed esperienze personali. A discapito del suo essere estroversa ogni qualvolta si appresta ad affrontare un nuovo tema si raccoglie in un grande silenzio per poi dare origine ad un’operazione coraggiosa ed ostinata.
Cattura quindi il colore e la luce per distillarli attraverso un’amplificazione che costruisce le immagini, con un preciso scopo quello di liberarci dalle trappole della percezione. L’uso della semplice sabbia, della finissima terra o della polvere vulcanica con le loro variegate gradazioni cromatiche provenienti dai vari continenti – non temendo metaforicamente né l’acqua né il vento – rende materica la superficie dei quadri. È un procedimento tecnico che ben si adatta ad esprimere la precarietà della vita, del suo essere transitoria e tuttavia legata a schemi sociali, così come Kafka ha immaginato la condizione dell’escluso, di colui che vive al di fuori delle convenzioni, in definitiva ha creato una circostanza assurda, la trasformazione di un giovane uomo, Gregor Samsa, in un insetto rifiutato da tutti per suggerire la disumanità della condizione umana. È forse possibile uscire dalla bestiale umana quotidianità? Ecco dunque i tre emblematici ritratti Gregorio sul tappeto rosso, Gregorio in posa, Gregorio e la luna verde: prendiamo coscienza della nostra identità solo quando ci confrontiamo col diverso.
L’attività di Annamaria Ducaton è organizzata attorno ad un microcosmo pulsante in cui i segni si muovono tra colore e forma, pieno e vuoto, presenza e assenza. Ne deriva una reazione tra elementi compositivi dell’opera, ossia un’energia sprigionata fra i materiali e lo spazio che li accoglie. L’indagine è circoscritta a tali flussi di materia colorata che scorrono liberi sull’intera area della tela. Ad un primo impatto le sue opere sembrano la messa in scena di un dramma esistenziale, personale o collettivo. L’impressione è dovuta alla tensione emotiva generata da forti tinte predominanti quali il rosso, l’oro, il blu spesso presenti nella sua tavolozza, non meno del conflitto tra fondo e figura. Quest’ultima infatti, vera e propria forma, vive l’inquietante dinamismo d’essere al tempo stesso parte del piano del quadro e dello spazio illusorio, la descrizione dell’incontro formale tra superficie e terza dimensione.
Nel suo racconto prevale un’intonazione ironica, il gusto per una visione ipertrofica della realtà. Ogni quadro è il fermo immagine di un’azione colta nella sua massima intensità espressiva pervasa da un’idea teatrale della rappresentazione.
Le figure maschili o femminili, spesso stilizzate, sono congelate nel tempo e nello spazio imprigionate in una narrazione irreale… surreale. Nonostante la gamma cromatica sia brillante e vivace, l’atmosfera è carica di eccitazione come se i personaggi fossero in attesa di un’imminente calamità o, di contro, di un pieno appagamento.
Ogni forma è sempre forma simbolica e anche il colore è una forma, anzi fa parte della forma. Siffatta produzione pittorica ha a che fare con la donna Annamaria Ducaton, che vi porta dentro tutta la sua essenza, la sua musica, la sua filosofia e riesce a mettere ordine nella “lateralità” del pensiero, perché alla fin fine i suoi quadri sono profondamente armonici, cioè possiedono la coerenza della profondità, sono euritmici, vestono la struttura dell’argomentazione persuasiva. A prima vista sono belli ma non di una bellezza banale o stereotipata, sono belli perché in realtà sono veri, vale a dire veri naturalmente della verità dell’arte, con infinite fonti, di cui forse una rimane più sottolineata: l’ascendenza klimtiana per il preziosismo bizantino nell’uso dell’oro in contrapposizione con l’opacità di tanta arte attuale, virtuale ed effimera.
Diventa allora quanto mai vero l’aforisma di Fëdor Dostoevskij “La bellezza salverà il mondo”, bellezza intesa come educazione delle coscienze.

BIOGRAFIA Annamaria Ducaton nasce a Trieste respirando da subito l’atmosfera artistica della famiglia. Da bambina inizia lo studio del pianoforte e dopo cinque anni lo abbandona per dedicarsi alla pittura.
Ha all’attivo un’ottantina di mostre personali a Trieste, Duino, Lignano, Udine, Gorizia, Maniago, Brunico, Dobbiaco, Steinhaus, S. Bonifacio di Verona, Trento, Roma, Torino, Milano, Isola d’Istria, Lubiana, Dobrovo, Salisburgo, Graz, Helsinki, Basilea, Terezin (Rep. Ceca), Venezuela, California L.A. Ha partecipato a oltre un centinaio di esposizioni collettive in Italia e all’estero.
Lavora sviluppando vari temi permettendole così di approfondire gli argomenti dettagliatamente, ricavandone un importante apporto culturale a livello non solo personale. La musica e la letteratura camminano sempre assieme al suo lavoro pittorico. Tra i principali cicli ricordiamo: Venezuela Femmina, Fiabe di Luna, La Donna del Mare, Sortilegi e Incantesimi, Atomo e Creazione, Kalevala, Prokofiev, Il Cantico delle Creature, Meriadiani dell’Immaginario, Sogno, Sensualità Tropicali, Anna Frank, Mahler, Cuore, Kafka. Collabora con la rivista Trieste Artecultura per la Hammerle Editori.
Ha pubblicato: 1977 Proiezione di un’infanzia, TST Trieste; 1979 All’ombra del mango, La Laguna; 2001 Ciclo pittorico su Anna Frank, Edicolors; 2002 Amiche mie carissime, Hammerle Ed.; 2008 113 Gradini verso la felicità, Franco Rosso Ed.; 2009 Effulgurazioni, Franco Rosso Ed.