Loredana Riavini / 5 – 18 novembre 2011



La poesia materica delle domus istriane
di NOEMI ISRAEL

INAUGURAZIONE SABATO 5 NOVEMBRE ALLE ORE 18

In tempi in cui si tende a restaurare tutto, ricostruire edifici, ville, palazzi, strade, a ridisegnare scenari nuovi che allontanano di ere il passato della bottiglia di latte col coperchio blu fuori dalla porta da cellulari e portatili sempre accesi, Loredana Riavini, pittrice nostalgica estremamente legata ai paesaggi dell’Istria, restituisce coi suoi quadri la semplicità della casa istriana scarna, priva di lusso, che emana invece un calore familiare antico e rassicurante. Dalla facciata di un’abitazione all’entrata di una grangia, dalla penombra di un arco di pietra alla visione di una stalla, i muri e la luce che essi emanano sono i protagonisti di questa sintesi di volumi e spazi, delimitati da soggetti prevalentemente singoli. Si estrinseca proprio dalle loro superfici la poetica ruvida delle malte e delle muffe, che la Riavini sottrae alla staticità amorfa della parete che sorregge il tetto per trasformarla in una storia plastica che narra la vita degli intonaci, degli strati di pittura che qua e là riemergono sotto piccole crepe o cadute d’intonaco. Un mondo rurale popolato da domus istriane che l’artista contempla con discrezione, quasi pudore, osservandole dal di fuori per indovinare e carpire ciò che raccontano i panni stesi all’aperto, le finestre socchiuse, le porte lasciate incustodite, chiuse o semiaperte, le pergole con pampini di vite americana o buganvillea, tende che nascondono l’interno della casa, oppure anche ruderi di case scoperchiate senza tetto.
Loredana Riavini utilizza la spatola al posto del pennello e i colori acrilici, che rispetto a quelli ad olio le permettono veloci velature chiare sopra quelle scure, altrimenti impossibili. Alla tela predilige la tavola di legno, più dura e simile a una parete, e per prepararla sfrutta la vecchia base adoperata per le tempere all’uovo (composta da gesso di Bologna e colla Caravella). Per acuire la granulosità dei muri, assieme al colore, impasta svariati texture gel con i quali l’effetto materico diventa tridimensionale e pare uscire dalla tavola. Alla fine utilizza una miscela di gommalacca, con cui tampona tutto il quadro eccetto le parti bianche.
Il suo stile è immediato, pronto a cogliere il raggio di sole, il movimento della biancheria appesa in giardino o il soffio di vento che attraversa le finestre. Abituata a dipingere all’aperto, da sola oppure partecipando agli “ex tempore”, la Riavini ha selezionato pazientemente negli anni una gamma di colori personale per la sua tavolozza perfezionando una tecnica assai ricercata, che le permette di riprodurre i muri delle sue case simulando con la spatola gli stessi movimenti dei muratori che spalmano la malta. Ogni sua domus cela segreti di focolari perduti (o in via di estinzione) e appartiene allo sterminato villaggio istriano ideale che l’artista custodisce nella sua anima e ciascuno può ritrovare avventurandosi per le strade dell’Istria o ammirando i suoi quadri.
A detta dell’artista, questa mostra potrebbe segnare la fine del “periodo istriano” che l’ha accompagnata da sempre ed evolvere a un linguaggio cromatico meno limitato a terre, grigi e bianchi abbaglianti, forse più colorato ed esotico. Resta il fatto che Grisignana, Buie, Portole, Unije, Montona, Sisano, Jadreski, Slope o Bač sono i luoghi che compenetrano il suo universo pittorico e rimangono a tutt’oggi il tratto distintivo delle sue opere

Loredana Riavini / 5 – 18 novembre 2011

La poesia materica delle domus istriane
di NOEMI ISRAEL

INAUGURAZIONE SABATO 5 NOVEMBRE ALLE ORE 18

In tempi in cui si tende a restaurare tutto, ricostruire edifici, ville, palazzi, strade, a ridisegnare scenari nuovi che allontanano di ere il passato della bottiglia di latte col coperchio blu fuori dalla porta da cellulari e portatili sempre accesi, Loredana Riavini, pittrice nostalgica estremamente legata ai paesaggi dell’Istria, restituisce coi suoi quadri la semplicità della casa istriana scarna, priva di lusso, che emana invece un calore familiare antico e rassicurante. Dalla facciata di un’abitazione all’entrata di una grangia, dalla penombra di un arco di pietra alla visione di una stalla, i muri e la luce che essi emanano sono i protagonisti di questa sintesi di volumi e spazi, delimitati da soggetti prevalentemente singoli. Si estrinseca proprio dalle loro superfici la poetica ruvida delle malte e delle muffe, che la Riavini sottrae alla staticità amorfa della parete che sorregge il tetto per trasformarla in una storia plastica che narra la vita degli intonaci, degli strati di pittura che qua e là riemergono sotto piccole crepe o cadute d’intonaco. Un mondo rurale popolato da domus istriane che l’artista contempla con discrezione, quasi pudore, osservandole dal di fuori per indovinare e carpire ciò che raccontano i panni stesi all’aperto, le finestre socchiuse, le porte lasciate incustodite, chiuse o semiaperte, le pergole con pampini di vite americana o buganvillea, tende che nascondono l’interno della casa, oppure anche ruderi di case scoperchiate senza tetto.
Loredana Riavini utilizza la spatola al posto del pennello e i colori acrilici, che rispetto a quelli ad olio le permettono veloci velature chiare sopra quelle scure, altrimenti impossibili. Alla tela predilige la tavola di legno, più dura e simile a una parete, e per prepararla sfrutta la vecchia base adoperata per le tempere all’uovo (composta da gesso di Bologna e colla Caravella). Per acuire la granulosità dei muri, assieme al colore, impasta svariati texture gel con i quali l’effetto materico diventa tridimensionale e pare uscire dalla tavola. Alla fine utilizza una miscela di gommalacca, con cui tampona tutto il quadro eccetto le parti bianche.
Il suo stile è immediato, pronto a cogliere il raggio di sole, il movimento della biancheria appesa in giardino o il soffio di vento che attraversa le finestre. Abituata a dipingere all’aperto, da sola oppure partecipando agli “ex tempore”, la Riavini ha selezionato pazientemente negli anni una gamma di colori personale per la sua tavolozza perfezionando una tecnica assai ricercata, che le permette di riprodurre i muri delle sue case simulando con la spatola gli stessi movimenti dei muratori che spalmano la malta. Ogni sua domus cela segreti di focolari perduti (o in via di estinzione) e appartiene allo sterminato villaggio istriano ideale che l’artista custodisce nella sua anima e ciascuno può ritrovare avventurandosi per le strade dell’Istria o ammirando i suoi quadri.
A detta dell’artista, questa mostra potrebbe segnare la fine del “periodo istriano” che l’ha accompagnata da sempre ed evolvere a un linguaggio cromatico meno limitato a terre, grigi e bianchi abbaglianti, forse più colorato ed esotico. Resta il fatto che Grisignana, Buie, Portole, Unije, Montona, Sisano, Jadreski, Slope o Bač sono i luoghi che compenetrano il suo universo pittorico e rimangono a tutt’oggi il tratto distintivo delle sue opere

BIOGRAFIA Nome
testo.

Oreste Dequel / 22 ottobre – 4 novembre



Sculture e tecniche miste
INAUGURAZIONE SABATO 22 OTTOBRE ALLE ORE 18

Oreste Dequel nacque a Capodistria nel 1923 (quando la città era ancora italiana). Dequel si trasferì a Trieste nel 1945 e quindi passò definitivamente a Roma nel 1960. La sua casa a Trastevere fu però “la casa dell’eterno ritorno”, perché l’artista per tutta la vita viaggiò e lavorò in tutti i continenti. Uomo colto e curioso del mondo, passava le estati a Vence en Provence, lavorando a turno in vari paesi, specie negli Stati Uniti. Qui insegnò al Contemporary Art Workshop di Chicago (1969) e dal 1973 tenne la cattedra di Belle Arti all’ Università di Iowa City. Le sue mostre sono state per gran parte all’estero: da New York a Londra, da Sidney a Zurigo. Per due anni (1979-1980) tenne anche la cattedra all’Accademia Internazionale di Salisburgo.
Primitiva e raffinata nello stesso tempo, solida nella volumetria e delicata nelle sfumature, la scultura di Dequel rappresenta un momento categoriale di conciliazione nell’arte di questo dopoguerra.Soprattutto nella pietra scabra, nel marmo, nel bronzo, ma anche nel disegno, l’artista ha espresso una forza severa e insieme dolce, che ha avuto come centro la figura umana ma anche quella di animali come il gatto; e talora si è concentrata nella pura astrazione della forma.
Dalle suggestioni romaniche e gotiche alla strutturazione post-cubista, dall’eco neo-rinascimentale al primitivismo post-bellico, Dequel ha saputo destreggiarsi con maestria. L’essenzialità plastica, persino rude, si accoppia ad un sentimento solenne e pur prezioso della materia.Dopo la sua prematura morte a Roma, nel 1985, la moglie Lia continua a promuoverne l’arte.
Paolo Rizzi, Venezia
Catalogo in galleria.
www.orestedequel.com